| Dracula di Cesare Bon e Pietro Tartaro |
La casa natale di Dracula si trova a Sighisoara in
Transilvania, a meno di 300 km da Bucarest, sull'altopiano di
Podisul. Un borgo medievale, bellissimo, con vicoli che portano
ancora i nomi delle antiche corporazioni artigiane, case di
pietra e di legno, resti di mura imponenti. Se si entra dalla
porta maggiore, sotto la Torre dell'orologio, si vede di fronte
l'insegna di una locanda: fu qui che nacque il principe Vlad
Tepes. Dai pochi testi reperibili, risulta che il principe era
nato a Sighisoara. Risulta che Dracul in romeno, vuol dire
demonio e Tepes vuole dire l'Impalatore. Quanto a Nasferatu
(letteralmente, "colui che non può morire") era il
termine medievale per indicare i più orrendi spiriti maligni,
entità a cui è negato persino l'inferno, e che sono costrette a
vagare nel buio succhiando il sangue dei viventi, fino a quando
qualcuno riuscirà a piantargli nel cuore una punta di legno:
guarda caso, lo stesso legno su cui Tepes aveva ucciso,
ferocemente, migliaia di uomini.
I conti dunque, tornano, tra il principe Vlad Tepes della storia
(vissuto nel XV° sec.) e il Conte Dracula del romanzo scritto da
Bram Stoker nel 1897 non sembra ci fosse troppa differenza, a
parte lo spostamento della data dal '400 all'800, e quel titolo
nobiliare che certamente avrebbe fatto più presa sul lettore
dell'età vittoriana. Nel suo romanzo, Bram Stoker aveva
descritto, talvolta con estrema minuzia, luoghi e circostanze, e
sul fatto che Vlad Tepes fosse un mostro assetato di sangue non
c'erano dubbi. Fino a che punto le immagini potevano
corrispondere? E perchè gli altri personaggi (basterebbe pensare
a Ivan il Terribile) si ricordano ancora le crudeltà più
afferrate, ma nessuno ha mai detto che fossero vampiri, come di
Vlad Tepes? 

Al confine tra il vecchio regno di Romania e l'Impero
austro-ungarico, lì si trova il fosco maniero di Bran, avamposto
dei Cavalieri Teutonici a guardia delle terre cristiane
minacciate dai Turchi.
E' la prima traccia di Dracula, storia e leggenda coincidono, o
almeno potrebbero coincidere. Vlad Tepes è stato certamente qui,
come prigioniero e soltanto per qualche giorno ma c'è stato, e
si può capire Bram Stoker se ha descritto Bran come uno dei
castelli del Vampiro. In questo luogo si può vedere il Castel
Dracula. Un luogo in cui c'è sempre un'atmosfera selvaggia e
inquietante; si prosegue e si arriva quindi a Brasov, per mille
anni ungherese, poi austriaca, poi tedesca, poi sovietica di
così stretta osservanza che tra il 1953 e il 1960 volle
chiamarsi Orasuv Stalin, la Città di Stalin, e scrisse perfino
il nome dello statista sovietico abbattendo migliaia di alberi
nella fitta foresta che ricopre l'anfiteatro del monte Timpa: le
ferite delle 12 lettere incise nel manto della montagna non si
sono ancora rimarginate. Brasov è una città industriale, ma
vanta un passato nobile: fu culla della lingua nazionale romena e
centro delle stamperie del XVI° secolo.
Da qua, altri 100 km di montagna e si arriva a Sighisoara. Si
può osservare l'autentica, o comunque autenticata dalla
tradizione casa natale di Dracula. 
Oggi è diventata una birreria che si presenta come
qualsiasi altro borgo di origine tedesca, tutto grazioso, pulito,
accogliente. All'esterno di questa casa c'è una lapide con sopra
scritto che il Principe Vlad Tepes forse è nato qui, ma potrebbe
essere venuto al mondo anche altrove. Anche sulla data di nascita
nessuna certezza: la lapide dice che potrebbe essere nato in
qualche anno tra il 1425 e il 1431.
La cosa strana è che nel museo dello stesso palazzo non ci sia
neppure il nome di Dracula; in questo museo sono esposte armi e
armamenti del Rinascimento, stampe di bottiglie, cimeli e trofei.
E c'è anche un busto in gesso del principe Vlad Tepes.
Il volto è
affilato, il naso lunghissimo e sottile sui baffi alla turca, gli
occhi sporgenti e duri: ma di canini aguzzi non se ne vedono.
"Il suo volto era grifagno, assai accentuatamente tale,
sporgente, e l'arco del naso sottile con le narici
particolarmente dilatate", così Bram Stoker descrive il
Conte Dracula. "La fronte era alta, a cupola, e i capelli
erano radi attorno alle tempie, ma altrove abbondanti. Assai
folte le sopraciglia, quasi unite alla radice del naso,
cespugliose tanto che i peli sembravano attorcigliarvisi. La
bocca era dura, d'un taglio alquanto crudele, con i bianchi denti
segnatamente aguzzi". Del resto è proprio su questo nome
che è cominciato l'equivoco di Bram Stoker. Dracul, in romeno,
vuole dire demonio. Ma non fu assolutamente per questo che Viad
padre venne detto Dracul. Egli era il voivoda della Valacchia,
più precisamente il Voievod si domn, cioè il capo supremo
dell'esercito e il signore civile - domn viene dal latino,
dominus - e dunque la massima autorità dello Stato, in tutto
pari a quella di un sovrano ma con la differenza che non si
trasmetteva per diritto ereditario. Lo Stato vallacco nasce nel
1330 come insieme di voivodati, cioè di feudi non troppo diversi
dai giudicati dell'antica Sardegna, diciamo centri di latinità
rimasti isolati dopo la caduta del dominio romano. Il contesto è
medievale, e la lotta tra i diversi signori per il potere
assoluto è continua. Quasi tutti i voivoda vengono rovesciati e,
se ancora in vita, tornano sul trono con una controrivoluzione,
non di rado per ricadere e riemergere altre volte. Soltanto
all'inizio si afferma un'autorità centrale fortissima e stabile,
nella persona del principe Iancu Basarab, il più grande dei
voivoda valacchi, che regna dal 1330 al 1364. Da lui discende un
altro voivoda famoso, Mircea il Vecchio ( nonno di Vlad Tepes),
tra il 1386 e il 1418. Dalla stessa famiglia, larghissima perchè
i nobili erano quasi tutti imparentati, esce anche Vlad padre,
che regna una prima volta tra il 1436 e il 1442, poi è
rovesciato da una congiura e torna sul trono tre il 1443 e il
1447. Vlad padre non è una figura di grande rilievo, ma ha reso
preziosi servizi all'imperatore Sigismondo di Lussemburgo, figlio
di re Carlo IV d'Ungheria; e per questo viene insignito
dell'Ordine del Dragone, la più alta onorificenza del Sacro
Romano Impero, le cui ultime frontiere orientali arrivano fino a
Brasov, tra la Valacchia e la Transilvania.
Il drago è quello che, secondo la leggenda cavalleresca, è
ucciso da San Giorgio: Drago, in romeno, si dice drac ma lo
stesso termine indica anche il diavolo, così spesso raffigurato
in forma di drago. Va aggiunto che Vlad padre deve difendere il
trono dalle ambizioni di un cugino, Daniel, che ha più volte
congiurato contro di lui. Sono nate così due fazioni, che hanno
preso il nome dai cugini rivali: i Danesti sono i figli, o per
estensione i partigiani di Daniel; i Draculesti sono quelli di
Vlad detto Dracul: già da allora si poteva intendere tanto
stirpe del drago, quanto stirpe del diavolo
Nelle città della Romania si resta un po' delusi dalla freddezza
in cui si esaltano le ricchezze culturali e storiche, forse
perchè sono lacerate dalla crisi economica della Romania. Le
condizioni di vita di 2 milioni di magiari, romeni di origine
ungherese, che vivono in Transilvania e che costituiscono la
minoranza etnica più numerosa d'Europa.
Attraverso la Transilvania si arriva a Tirgoviste, nel cui
castello Tepes ha trascorso l'adolescenza, è di nuovo in
pianura, 80 km circa a occidente di Bucarest. Bisogna tornare a
Brasov, poi prendere per la valle della Dimbovita. Inutile
cercare, nell'anonima edilizia che oggi la fa uguale a tante
altre città dell'Est socialista, una traccia degli antichi
splendori: la favolosa città , del resto, era già scomparsa
cinque secoli fa, quando lo stesso Vlad Tepes ordinò di darla
alle fiamme perchè ai turchi non restassero che rovine.
Se la
nascita a Sighisoara è discussa, il debutto di Vlad Tepes a
Tirgoviste è sicuro. Suo padre Vlad Dracul muore nel dicembre
del 1447, si dice avvelenato dal fratello Vladislao II° che gli
succede nel voivodato. Nell'ottobre del 1448 Vlad Tepes rovescia
lo zio con una congiura di palazzo ed è proclamato voivoda. Dopo
sole tre settimane Vladislao II° ritorna al potere: a stento,
Vlad Tepes sfugge ai sicari dello zio e raggiunge la
Transilvania. Passano 10 anni, nei quali il giovane Vlad prepara
le rivincita procurandosi ogni possibile appoggio presso la corte
d'Ungheria e tra gli stessi militari valacchi. E viene il giorno
della vendetta. Vlad entra nel palazzo voivodale con la
complicità delle guardie, sorprende lo zio nell'alcova di una
concubina, e lo uccide. E' il venerdì santo del 1459, Vlad è di
nuovo sul trono e vuole che tutto il mondo lo sappia. " Era
la mattina di Pasqua", si legge nelle cronache di Costantin
Cantacuzino, storico romeno vissuto tra il 1650 e il 1716, "
quando le guardie del voivoda Vlad figlio di Dracul arrestarono
nello stesso momento in ogni quartiere della città gli uomini
oltre i 30 anni che si disponevano ai riti della Ressurezione...
Poche ore dopo erano tutti impalati, ed i pali erano tanti che
circondavano le mure di Tirgoviste ed ancora ne avanzava...
Intanto, giovani, donne e bambini erano deportati nella valle
dell'Arges, dove avrebbero costruito il castello di
Poienari".
Ancora più feroce, Vlad Tepes si dimostra con il nemico che
preme alle frontiere del sud, il potente impero ottomano: sotto
la guida di Maometto II°, le armate musulmane puntano ormai al
cuore stesso dell'Europa. Nell'estate del 1459, Maometto II°
manda ambasciatore a Tirgoviste per sollecitare il pagamento del
tributo versato ai turchi in cambio dell'indipendenza, che ormai
ammonta alla cifra favolosa di 10.000 ducati veneziani d'oro.
Vlad Depes riceve amabilmente gli inviati di Maometto II°, li
invita ad un ricco banchetto. Poi batte le mani, si fa portare
dei lunghi chiodi ed un martello. E' il segnale della strage. Le
guardie si avventano sui turchi, li gettano ai piedi del voivoda
che con tutta calma, a martellate, pianta un chiodo nel cranio di
ognuno mentre i membri del seguito sono sgozzati. Tutti meno uno
a cui vengono soltano cavati gli occhi e che sarà rimandato a
Costantinopoli, perchè riferisca su quanto è successo. Poco
tempo dopo, come se nulla fosse accaduto, una nuova ambasceria è
inviata a Tirgoviste. Formalmente, gli ambasciatori debbono
soltanto ripetere la richiesta dei tributi arretrati. In realtà
il disegno è quello di catturare Vlad Tepes per trascinarlo
nella capitale ottomana: per questo la missione è scortata da un
reggimento della Guardia imperiale. Vlad Tepes fiuta il pericolo
e non perde tempo. Segretamente, con le sue truppe migliori,
lascia Tirgoviste e raggiunge Giurgiu, sulle sponde del Danubio,
dove si apposta nel cuore della notte. All'alba la missione
ottomana al completo cade nell'imboscata. Lo scontro è breve e
feroce, chi non muore combattendo è impalato.
Le battaglie contro i turchi furono diverse e molto violente,
come attesta un documento agghiacciante, una lettera che Tepes
scrive al re d'Ungheria nel 1462 per informarlo di aver
giustiziato, negli ultimi tre mesi, 23.883 turchi: gli ha contati
con maniacale esattezza. La misura è colma e nell'aprile del
1462, l'armata turca attraversa il Danubio e invade la Valacchia,
mentre una flotta di 175 navi da battaglia risale l'esturario del
fiume dirigendosi ad occidente in appoggio delle teste di ponte
gettate sulla riva sinistra.La città di Braila, avamposto di
Vlad Tepes sull'ultima ansa del Danubio, è presa d'assalto e
data alle fiamme. La stessa sorte tocca alle altre città della
sponda valacca, fino a Nikopolis. Vlad Tepes non ha più scampo.
Eppure
nella notte tra il 17 e 18 giugno, assale l'armata turca nella
foresta di Baneasa, tra il Danubio e le Prealpi Carpatiche. E'
una strage senza precedenti, un cronista bizantino parla di 7.000
morti nella prima, furibonda carica della cavalleria valacca che
ha sorpreso gli ottomani nel sonno. Al secondo assalto Vlad Teps
punta addirittura alla tenda del sultano, che si salva soltano
per la disperata resistenza dei giannizzeri stretti in quadrato
attorno a lui. Il colpo è durissimo ma non basta per rovesciare
le sorti della guerra, già segnata dalla sproporzione delle
forze, quella di Tepes, ormai, è solo la guerriglia di chi può
mordere ma deve fuggire.
E' la fine di giugno 1462, l'armata di Maometto II° arriva
davanti alle mura di Tirgoviste che Vlad ha appena incendiato.
Tutto intorno, su una superfice di 3 Kmq., s'innalzano 20.000
pali su cui sono stati sacrificati altrettanti prigionieri.
Ancora una volta, la cronaca può essersi confusa nella leggenda.
Ma è un fatto che lo stesso sultano, di fronte all'orrendo
spettacolo, si ferma e decide di ritirare i suoi soldati, del
resto così terrorizzati da non dare più alcun affidamento.
Prima di partire, tuttavia, Maometto II° lascia tra le rovine di
Tirgoviste un nuovo voivoda, e questo - per la prima volta - di
sicura fede musulmana: è Radu cel Frumos, Radu il Formoso,
fratello di Vlad Tepes.
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Ancora bambino, Radu era stato
consegnato da Vlad Dracul al sultano come ostaggio, a garanzia
del puntuale pagamento dei tributi. Si dice che da ostaggio sia
diventato il favorito del sultano, pazzamente innamorato di lui.
Certo non è più un valacco ma un turco, e ancora più
certamente odia il fratello Vlad Tepes, che ormai senza speranza
si ritira verso il nord.
" Le montagne si alzano ripide, e tutto è così selvaggio e
roccioso come se fossimo alla fine del mondo. Ci avviciniamo
sempre più ai monti e penetriamo in un sempre più selvaggio e
deserto territorio dove sono minacciosi burroni e cascate: sembra
che la natura abbia tenuto in questi luoghi il suo
carnevale": così Stoker descrive i luoghi della ritirata di
Tepes, attraverso il racconto dei protagonisti del romanzo in
viaggio verso i Carpazi, dove incontreranno il conte Dracula.
Tepes lascia, dovunque passa, soltanto rovine, pozzi avvelenati,
raccolti incendiati. E altri morti sui pali. Egli conta sul re di
Ungheria, tradizionale alleato nella lotta contro i turchi. Ma il
re, Mattia Corvino, in questo momento ha troppo bisogno dei
mercanti e dei banchieri tedeschi a cui Vlad Tepes ha tolto ogni
privilegio e spesso anche la vita dal primo giorno che ha preso
il potere, nel sogno nazionalista di una Valacchia più libera
perchè più ricca. E sono i tedeschi che chiedono vendetta.
L'avranno. A metà novembre, mentre Vlad Tepes risale la valle di
Arges per arroccarsi nel castello di Poienari, trova un
distaccamento della guardia ungherese che lo attende. Per
portarlo in salvo, gli dice il comandante Jan Jiskra de Drandys,
uno dei più famosi condottieri del tempo. E forse è in buona
fede: ma da questo momento Vlad Tepes non è che un prigioniero.
Si sa che è portato nel castello di Bran, dove Jiskra avrebbe
avuto ufficialmente l'ordine di arrestarlo. Poi di Vlad Tepes si
perde ogni traccia per due anni, quando riappare nella fortezza
di Visegrad, alla periferia di Pest: ci resta per 12 anni,
possiamo dire in libertà vigilata.
E'
l'ottobre del 1476. I turchi hanno ripreso l'avanzata in
Moldavia, il re d'Ungheria ha bisogno di alleggerire la pressione
sul fronte valacco: e nessuno meglio di Vlad Tepes può farlo.
Egli, un uomo che sembra finito, esce dalla prigione e ritorna
sul trono, rovesciando Laiota Basarab, l'ultimo voivoda di parte
turca che è succeduto da appena un mese a Radu cel Frumos. Le
cronache si tingono ancora di sangue, la vendetta di Vlad Tepes
si abbatte sui nemici interni ed esterni come un flagello di Dio.
Ma solo per tredici mesi. Nel novembre del 1477, Laiota Basarab,
che ha trovato scampo fuggendo in territorio turco, ripassa il
Danubio e investe con forze soverchianti il piccolo esercito di
Vlad Tepes. Non c'è memoria di una battaglia campale, nella
quale il voivoda valacco sia morto da eroe, come vorrebbe la
catarsi della tragedia.
Torna alla mente la conclusione di Stoker, quando Jonathan Harker
e gli altri protagonisti del romanzo attendono sul passo Borgo il
passaggio del conte Dracula su un carro condotto dagli zingari:
"...Gli zingari sfoderano le armi, ma Jonathan balza sul
carro, solleva la grande cassa e la scaraventa al suolo. Il conte
era mortalmente pallido e i rossi occhi ardevano in un orrribile
sguardo vendicativo. Proprio in quel momento il coltellaccio di
Jonathan piomba a fendergli la gola e in pari tempo il coltello
da caccia del signor Morris è sprofondato nel cuore del vampiro
e l'intero corpo si è allora disciolto in polvere, scomparendo
alla vista".Di Vlad invece non si sa più nulla. Ormai si
parla di lui come di un mostro.
La leggenda c'è tutta. Nel silenzio stregato del castello la
vittima è pronta al sacrificio, la porta si apre cigolando, i
denti aguzzi del vampiro scintillano: Bram Stoker, in fondo, non
ha fatto che ricopiare.
| La sirena del Danubio (Budapest 1974- ) di Stella Cavaliere e Maria Giovanna Quattrone |

Si chiama Krisztina
Egerszegi ha 22 anni, è nata a Budapest il 16 Agosto 1974 ed ha
già collezionato unimpressionante serie di record: ha
vinto cinque ori alle
Olimpiadi
(tre consecutivi nei 200 metri dorso: a Seul, a Barcellona, ad
Atlanta) e inoltre i 100 dorso e i 400 misti, entrambi a Seul.
Ha conquistato due titoli mondiali nei 200 e nei 100 dorso e nove
titoli europei.
Detiene abitualmente il record mondiale dei 200 metri dorso
(Atene).
Il massimo della trasgressione consiste per lei nel gustare un
gelato al cioccolato e nel passare qualche ora in discoteca ma
soltanto dopo le gare!
Nel
suo paese si è conquistata una strepitosa popolarità, da un
sondaggio si scopre che 98 Ungheresi su 100 la conoscono e
lammirano. Viene soprannominata dai suoi fan
"Topolino" perché la radice del suo cognome
"Eger" significa "Topo".
Krisztina é fidanzata con un granatiere nuotatore di nome Attila
di un anno più giovane, che gareggia, con assai minor fortuna
nei 100 metri stile libero.
Il suo allenatore si chiama Loszlo Kiss e la scoprì quando era
un ranochietto di quattro anni
| Richard Wagner ( Lipsia 1813 - Venezia 1883 ) |
Il grande compositore
tedesco si interessò, fin da giovane, degli studi letterari e
filosofici, oltre che a quelli musicali, studiando spesso da
autodidatta: l'abitudine di possedere una cultura umanistica era
difatti comune a molti musicisti di quel tempo, influenzati dal
movimento romantico.
In particolare, a tal proposito, una delle caratteristiche
peculiari delle sue poere fu proprio lo spiccato nazionalismo
presente in esse: Wagner si cimentò poi proprio nel campo del
melodramma, genere dominato da secoli dai musicisti italiani.
Pertanto egli condusse spesso battaglie per potersi imporre in un
campo nel quale l'opera italiana condizionava persino la
configurazione dei teatri; tali lotte, però, erano altrettanto
spesso condotte in solitudine poichè, per il suo caratere
difficile e assai scontroso, ebbe sempre pochi amici o
sostenitori, tra i quali il poeta Baudelaire, il filosofo
Nietzsche e il grande musicista Franz Liszt.
Di quest'ultimo, in particolare, divenne genero, sposando
all'età di cinquanta anni sua figlia Cosima, dopo un primo
matrimonio burrascoso: egli difatti era animato da uno spirito
irrequieto, che lo portava a compiere lunghi viaggi e a non porre
fine al disordine e al caos della sua vita, neppure in campo
sentimentale.
Wagner volle spesso creare da sè i libretti delle proprie opere:
questa e altre delle difficoltà che il suo modo di comporre pose
sul suo cammino, lo costrinsero ad un lungo periodo di quindici
anni di inattività.
Nel frattempo, iniziò la composizione della sua opera forse più
famosa: la tetralogia intitolata "L'anello del
Nibelungo" (composta dalle quattro opere : "L'oro del
Reno" , "La Walkiria" , "Sigfrido" e
"Il crepuscolo degli Dei" ) , ispirata all'antica
tradizione mitologica nordica.
I suoi problemi finanziari vennero risolti poi dal giovane re Luigi II
di Baviera, grazie al quale potè anche
far costruire, nel 1876, un teatro, a Bayreuth, che rispondesse
alle sue esigenze di musicista: proprio in questo teatro si tiene
ancora oggi un festival, ogni anno, dedicato a lui.
| Franz Schubert ( Lichtenthal 1797-Vienna 1828) |
Fu avviato dal padre, maestro di scuola, alla
carriera dell'insegnamento: Schubert studiò difatti in una
scuola viennese frequentata sia da giovani che intendevano
intraprendere gli studi universitari, sia da aspiranti al coro
della scuola.
Distintosi negli studi (tanto che rimase nella sua scuola anche
in seguito per perfezionarsi negli studi musicali), Schubert,
come compositore, si dedicò soprattutto ad un genere musicale,
il Lied (per i cui testi si ispirò in gran parte a Schiller e a
Goethe), condotto da lui al massimo splendore: il Lied era una
composizione per canto e pianoforte, le cui origini risalivano ai
tempi dei cantori medievali tedeschi; venne riscoperto dopo la
metà del Settecento dopo un periodo di decadenza.
Schubert, per tutta la sua vita, venne condizionato da
Beethoven,del quale ebbe quasi il culto, tanto che il nome del
maestro ritornò pure nel delirio poche ore prima della morte:
infine,egli chiese di essere sepolto proprio vicino alla sua
tomba.
A differenza di lui, però, Schubert ebbe rari contatti con gli
aristocratici del tempo; fu pure accompagnato da una grande
sfortuna, poichè soltanto un quarto dei suoi seicento Lieder
trovò un editore.
Egli fu un compositore assai veloce e fecondo, la profondità
delle cui opere si riscontra soprattutto nella malinconia che le
accompagna spesso; non fu però un concertista, poichè, pur
suonando abbastanza bene il pianoforte ( ma non abbastanza per
eseguire l'accompagnamento di un suo Lieder), tenne solo un
concerto in pubblico.
Dopo essersi cimentato in ogni tipo di composizione musicale,
morì, a soli trentun anni, nel 1828.